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Scritto da Daniele M.   
giovedì 30 novembre 2006
 “…La roba migliore è sempre la più cara…”.
Mi sveglio al sabato mattina con questa frase nel cervello e subito mi ricordo che oggi è il giorno in cui mi devo comprare un paio di jeans. Quest’incubo mi tormenta ogni qualvolta devo comprarmi qualcosa da mettere addosso, che siano scarpe, pantaloni, maglioni o altra merda.
Dopo alcuni minuti di smarrimento, di nuovo l’orgoglio si fa strada in me. Subito rido e penso che in fondo mi servono solo un paio di braghe e che non spenderò certo una gran cifra per comprarle.

Il primo consiglio che do a tutte le persone che VERAMENTE non vogliono spendere troppi soldi è quello di lasciare a casa il bancomat. Bisogna fare come al casinò! Andare la con i soldi contati per la presunta spesa e guai a tenere in tasca soldi supplementari per fare benzina o per comprare cose indispensabili (come il latte ed il pane). Guai!
Date retta a me: spenderete tutto per comprare i jeans! Se poi avete il bancomat in tasca, spenderete il più possibile per comprare i suddetti. Un buon suggerimento è anche quello di non indossare monili troppo preziosi oppure di non avere a disposizione titoli al portatore o certificati di proprietà vari. Vi vedo già: “Mi piacciono da morire quei Levis ma non ho abbastanza contante… Accetteresti in permuta un certificato azionario della Petroli Madagascar?

Io, totalmente inconsapevole e forse anche un po’ tronfio, esco col mio bel bancomat nel portafoglio.
La disperata ricerca inizia da quello che io chiamo “capannone dei vestiti”.
Un deposito di migliaia di metri quadri dove sono stipati vestiti di ogni categoria (ma puntualmente scadenti). Tutti appesi a grucce in infiniti appendi abiti che formano complessi dedali di corridoi e passaggi nei quali immancabilmente mi perdo. Camminando per questo luogo metafisico si trovano corsie intere piene dello stesso identico vestito (colore compreso). Procedo a fianco di questi vestiti e, seppur camminando, ho sempre la netta sensazione di essere nello stesso punto, tanto che ogni tanto guardo a terra ed alla mie spalle per avere la certezza di aver percorso effettivamente della strada.

Vedo una commessa in divisa a qualche chilometro di distanza e la chiamo ad alta voce, nonostante sia convinto che le mie parole non possano giungere così lontano. Lei mi sente (o molto più probabilmente mi scorge mentre mi sbraccio) e viene da me.
Vorrei un paio di jeans” le dico. Lei risponde con un cenno indicandomi un ala del capannone completamente dedicata ai jeans. La raggiungiamo ma mi accorgo subito che per esplorala tutta ci vorrebbe senz’altro tutta la giornata.
Vorrei un paio di jeans neri” le dico ma anche in questo caso il cerchio non si restringe di molto. Dopo diverse spiegazioni che stringono ancora di più il target, arrivo ad una spiegazione del tipo: “Vorrei un paio di jeans neri, senza risvolti, con le tasche piatte, con i baffi, senza striature verticali, a cavallo alto, con i bottoni e con le cuciture visibili”. La commessa, dopo avermi indicato almeno 100 paia di pantaloni che corrispondono alla mia descrizione, decide di mostrarmi un capo.

Prende un rampino di 3 metri e con esso ammaina un paio di jeans da un appendi abiti alto altrettanto. Con fare soddisfatto li osservo e la prima cosa che mi viene in mente guardandoli è una merda.
Come può essere altrimenti? Potranno essere le braghe più belle del mondo ma per te saranno sempre una merda. Sapete il perché? Semplice! Basta guardarsi attorno col binocolo per scoprirlo. Come possono piacerti un paio di jeans che attorno a te ce ne saranno 600 tutti uguali?
Chiedo il prezzo e subito mi rendo conto che non si scappa. Quei jeans costano una miseria, si e no 30 euro. Mi vengono i sudori freddi perché penso al sogno di stanotte “la roba migliore è sempre la più cara”. Mentre la mia mente amalgama pensieri di ogni tipo, la venditrice riceve una chiamata alla ricetrasmittente: “Hanno bisogno al reparto bambino”. La commessa, livida in faccia e con sguardo perso, risponde: “Digli che mi metto subito in cammino, sarò li tra mezzora”.
Non ce la faccio più! Non resisto! Ringrazio e prendo per l’uscita orientandomi con la linea dell’orizzonte. Controllo il fuso orario e opto per cercare da un’altra parte.

Non mi perdo d’animo e vado in un centro commerciale. Inizio subito a cercare nelle grandi catene di distribuzione di vestiti. Tanto per intenderci sono quei posti che, a vederne le pubblicità, sembrerebbero vendere capi alla super moda a prezzi stracciatissimi. Un vero affarone, parrebbe…
Entro e vedo subito un paio di jeans che mi piacciono molto. Li osservo e decido che andrò a provarli. Entro nella cabina, infilo una gamba e sento un triiic.
Ops – penso – si è scucito l’orlo, pazienza!”. Continuo nella mia opera d’infilamento jeans quando, tirando un passante per la cintura, questo mi rimane in mano.
Cazzo – penso – adesso anche il passante!”. Chiudo i bottoni e la prima borchia salta via.
Puttana maiala – penso – ma questi jeans sono una merda!”. E così è.
Costano pochissimo e durano pochissimo. In pratica è come se li pagassi a ore. Sui cartellini dei prezzi potrebbero tranquillamente scrivere: jeans a prezzo stracciato, 1 € al giorno (durata massima 25/30 giorni).

Avvilito me ne esco e, camminando camminando, mi ritrovo davanti ad un negozio d’abbigliamento incredibilmente bello. Mi sembra quasi di essere Ulisse davanti alle sirene, solo che non ho tappi di cera nelle orecchie e non c’è nessuno che mi leghi a nessun tipo di albero; sono libero da costrizioni ed inizio a guardare la stupenda vetrina nella quale sono esposti vestiti meravigliosamente belli ed avveniristici. Sono in pace con me stesso e capisco immediatamente che quello è il negozio in cui dovrò entrare e in cui dovrò comprare. Faccio per fare un passo quando un cartellino bianco che penzola da un giubbetto, attira la mia attenzione.

C’è scritto sopra: 350 €.
La realtà mi piomba addosso come un macigno sulla testa
. Le gambe quasi mi cedono e di nuovo la frase penetra violentemente nel mio cervello procurandomi quasi dolore:
“…La roba migliore è sempre la più cara…”.
Provo ad andare via, provo a distogliere lo sguardo. Più cerco di convincermi che troverò qualcosa che costi meno, più lo sguardo cade su quel giubbotto stupendo, su quelle scarpe seducenti, su quei pantaloni firmati…
Vaffanculo! Entro nel negozio!
Ci entro quatto quatto, cercando di far notare il meno possibile la mia presenza (chi mi conosce sa che non è facile). Mi aggiro furtivo per questo emporio del bello, guardando esterrefatto tutto ciò che mi capita a tiro d’occhio. Con fare circospetto controllo qua e la, perché voglio assolutamente evitare la cosa che odio di più nei negozi, ovvero la commessa che ti dice: “Hai bisogno di una mano?”. Giro alla larga da qualsiasi figura umana per evitare che qualche venditrice in borghese possa attaccarmi alle spalle.

Quasi sempre non ce la faccio. Mentre mi soffermo ad osservare un paio di scarpe di probabile provenienza aliena, zac! “Scusa, posso darti una mano?”.
Mi verrebbe da dire: “No! Ti scongiuro di non rompermi il cazzo!” ed invece non riesco a dire proprio nulla, perché la ragazza/commessa che mi fa la fatidica domanda, potrebbe tranquillamente essere un creature celeste. Capelli biondi e lunghi, occhi azzurri, alta un metro e ottanta, voce celestiale, formosa e soprattutto magrissima (commesse grasse? Non esistono!).
Mi aspetto che dalla sua bocca escano frasi del tipo: “Sei morto e sei in paradiso” piuttosto che “Amiamoci adesso”, ed invece guarda la mia faccia da cazzo mentre la guardo inebetito e mi richiede “Hai bisogno di una mano?”.

Le dico che avrei bisogno di un paio di jeans. Con la faccia di chi preferirebbe un calcio in bocca, mi fa cenno di seguirla e non posso fare a meno di notare che è vestita in maniera futuribile. Scarpe fabbricate con materiali che senz’altro non appartengono a quest’era; pantaloni capaci di mettere pericolosamente e inspiegabilmente in risalto il sedere già perfetto; magliette così strette che alle volte mi verrebbe da fare un buco per vedere se esce l’aria come negli arachidi.
La commessa che viene dallo spazio mi mostra un paio di jeans stupefacenti, meravigliosi, di marca Lee. Li provo e mi vanno stretti. “Scusami – le dico – non ne avresti di un paio di misure in più”. Risatina di scherno (come darle torto…) e se ne va a cercare un altro paio di jeans altrettanto stupendi e che, questa volta, mi calzano a pennello.
“Belli! – dico soddisfatto – Quanto costano?”. “130 euro” è la risposta. Non ci penso nemmeno su un secondo e decido di prenderli, tanto ho il bancomat…

Il messaggero divino del domani mi accompagna alla cassa. Discorriamo del più e del meno.
Lo so che lo deve fare perché lo prevede il suo contratto di lavoro, ma a me fa piacere lo stesso. Mi fa sentire più simpatico e magari anche un po’ importante. Faccio una battuta, lei ride (come quelli del drive-in) e sono già a posto così. Non ho più paura di niente.
Mentre cedo il bancomat alla cassiera, dico alla mia amica commessa: “Sai, è da stamattina che giro un po’ dappertutto per trovare dei jeans. Sono andato in quei grandi magazzini e non c’era niente che mi piacesse…
Mentre digito il codice del bancomat, la commessa compagnona sorride e risponde: “Ah si, in quei negozi in cui la roba te la tirano dietro. Ma sai com’è, se vuoi qualcosa di buono dovresti sapere che la roba migliore è sempre la più cara
Me tapino, me misero…

Mi scompare il ghigno di felicità dalla faccia per far posto ad un ghigno di raccapriccio.
Vorrei sputare alla commessa, che ora ai miei occhi si manifesta nella sua reale forma demoniaca. Vorrei dare un cazzotto in faccia alla cassiera per fermarla, per cercare di ottenere un rimborso, ma tutto quello che riuscirei ad avere sarebbe solo un misero buono da spendere nello stesso negozio.
Vorrei dar fuoco a tutta quella merce, che solo ora mi appare bruttissima.
Vorrei fare e dire ed invece mi limito ad abbassare la testa e ad uscire mestamente dal negozio.
Mentre vado fuori incrocio un ragazzo che, con aria incuriosita e gioconda, sta provando un giubbone. E’ contento e scherza con i suoi amici.
Mi avvicino a lui e, chinando la testa, gli dico: “Una volta ero come te”.






 

L'autore della cazzata che avete appena letto è:

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