Il Saggio

Scritto in Columns Umoristiche e Monologhi Comici da Otto
12 novembre 200914:37:28

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Il Saggio

Non avevo idea di che forma dovesse avere la mia valigia, quadrata rigida ovvero ben contenuta nella sua forma, oppure una specie di sacca informe, difficile da trasportare.
Decisamente avevo bisogno di un viaggio, dovevo raggiungere il saggio, più avevo a che fare con me stesso, più mi rendevo conto di quanto ne avevo bisogno.
Avevo viaggiato parecchio negli ultimi anni, e per quanto interessanti si possano definire quei viaggi, alla fine giunsi alla conclusione che gli uomini eccetto che per le differenze linguistiche, emettono tutti più o meno gli stessi rumori biologici con relativi effluvi praticamente da un polo all’altro del pianeta. Ecco a cosa mi erano servite tutte quelle attese agli aeroporti.
Sull’efficienza terapeutica di prendere coscienza del fenomeno sopra descritto, non ho notizie dell’esistenza di pubblicazioni scientifiche, quindi dubito che sia di qualche utilità ai fini di un accrescimento interiore o di qualunque altro tipo. Come se una coscienza superiore, lucida e perversa mi avesse organizzato le premesse per il viaggio, nelle ultime settimane si erano presentate tutte le prerogative che mi spinsero al pellegrinaggio, avevo perso il lavoro, spesso il mattino presto venivo svegliato dal pensiero che qualcuno (oltre tutto sapevo anche chi) si stava scopando la mia ex fidanzata. Ero così depresso da far venir da ridere, anche perché a dire il vero facevo un orribile misto di mie ex fidanzate aggrovigliate a corpi disgustosamente pelosi di uomini che senza alcun rispetto le fottevano di brutto.

Solo il saggio poteva porre fine a quella specie di orgia che mi bruciava nello stomaco, come se avessi mangiato dei serpenti vivi.

Erano le diciassette quando mi trovai davanti il monte dei pegni, la mia unica speranza di procurare il denaro per il viaggio era vendere l’oro, l’oro della mia vicina di casa. Tredici milioni, se mi avessero beccato non ci avrei pagato nemmeno l’avvocato. Quando tornai a casa per prendere il bagaglio tutto l’isolato era circondato dalla polizia, io avevo in tasca un bel po’ di banconote che mi procuravano un fastidioso gonfiore, ma tirai fuori la faccia più stupita che potei e, mentre salivo le scale facendomi largo tra i poliziotti continuai a ripetere: ma no! Com’è possibile! Hanno rubato alla signora del secondo piano?? Incredibile! e poi ricominciavo: ma no com’è possibile ecc.. ecc.. ecc

Mi tremavano le gambe come la prima che mi masturbai da fanciullo.
Aspettai chiuso in camera che le acque si calmassero, non si trattava dell’omicidio Kennedy, prima o poi sarebbero andati via. Infatti, dopo meno di un’ora come una banda di malviventi, in fretta, tirando cicche di sigarette in tutte le direzioni i poliziotti salirono sulle loro auto e partirono sgommando. Per un po’ saltai per la stanza come una palla pazza, poi smisi e feci la valigia, decisi per quella quadrata.

Secondo le indicazioni che mi aveva dato un hippye conosciuto in Corsica l’anno prima, il santone doveva trovarsi in una grotta su una montagna dell’amazzonia meridionale. Chiusi il gas, accesi la segreteria telefonica e mi avviai all’aeroporto. Il biglietto che mi consigliò la signorina della KLM prevedeva una sosta a Malta, ma visto che in quel paese ho in passato avuto dei problemi per una supposta importazione illegale di un’auto gli dissi che preferivo un volo diretto. Pagai e mi misi in fila.
L’aereo era un vecchio 737, allacciai la cintura e mi feci servire una bottiglietta di vino. Il volo fu apparentemente perfetto, solo in seguito seppi che il pilota fu colto da infarto e morì proprio a metà del volo, nessuno si accorse di nulla perché il suo posto fu preso dal secondo pilota, che era al suo primo volo fuori dal simulatore, che così coronò il suo sogno di eroe per caso. Il volo dicevo fu perfetto, non molto lo fu l’atterraggio. La visibilità era pessima, e per lunghi secondi udimmo chiaramente le cime degli alberi che frustavano violentemente la carlinga, l’aereo pareva frenare e accelerare e tutti venimmo ora proiettati in avanti ora contro lo schienale. Un’hostess come un’acrobata di circo attraversò l’intero corridoio ruzzolando e perdendo pezzi.
Alla fine un grosso tronco tranciò di netto un’ala, quella destra. Io mi aggrappai ai braccioli, mentre nella cuffietta ascoltavo a tutto volume un pezzo dei Rolling Stones. Senza quell’ala finalmente atterrammo, credo che la carlinga si spaccò in vari tronconi perché il sedile del mio vicino si sradicò, trascinando con se lo sventurato. Mancammo la pista di settantatre chilometri, ma ebbi la vita salva, mi svegliai nel letto di un’ospedale tre giorni dopo.

Dopo un intervento di tre ore riuscirono ad estrarre dal mio orecchio destro ciò che era rimasto della cuffietta. Con la testa ancora bendata, e contro il parere dei medici, specie dello psichiatra che fece di tutto per trattenermi, lasciai l’ospedale. Fortunatamente il denaro era ancora nella tasca dei pantaloni. Prima cosa mi recai in banca e lo cambiai in dollari, poi m’infilai in un bar e ordinai un caffè. Ero finito in una cittadina che sembrava bombardata di fresco, le case sembravano capanne, le capanne cucce per cani, un vero postaccio, ma il caffè non era male.

Fuori si mise a piovere, e in pochi minuti la strada divenne un fottuto fiume di fango ribollente, così rimasi bloccato nel bar. Oltre a me e il barista nel locale c’era un vecchio, una specie di relitto di quello che doveva essere un contadino, tutto aggrovigliato ad una bottiglia di birra. Mi sedetti al suo tavolo e gli chiesi della montagna, lui mi fissò con gli occhi rossi e fece un sorriso. Un attimo dopo fui investito da una zaffata orrenda di puzzo d’alcool. Assieme alla zaffata giunse la sua risposta, e il suo indice nodoso e ingiallito dalle sigarette m’indicò la montagna che si stagliava all’interno dell’intelaiatura della porta. Mi feci fare dei panini, presi tredici birre e quando la pioggia finì m’incamminai verso l’ignoto. La pendenza della montagna era notevole e il cammino che portava verso la verità scivoloso come una metafora, ma tenni duro e a circa metà strada m’imbattei in un tizio che in fretta quasi rotolando veniva giù dalla trazzera. Sembrava sconvolto, sembrava che quel rotolare giù lo dovesse portare dritto giù negli inferi della delusione. Cercai di scambiare con lui qualche parola, ma lui m’incrociò facendomi un gestaccio come a mandarmi vaffanculo. Rimasi attonito, bevvi una birra tutta d’un sorso e ripresi a salire. Si fece sera, così scelsi una nicchia nel terreno e mi accucciai per la notte. I panini erano buoni ne feci fuori tre, poi bevvi tre birre e sprofondai in un sonno profondissimo. Quella notte sognai di essere attaccato da un branco di cani selvatici, grossi cani neri affamati, il tutto avveniva in una radura ricoperta di ossa umane. Per fortuna era solo un sogno!. L’indomani mattina il sole era già alto quando mi svegliai, e mi accorsi d’essere più vicino alla meta di quanto pensassi. Allegro e di buon passo mi avviai. Dopo tre ore buone mi trovai davanti la grotta, ero emozionato, felice. Sarà perché avevo fatto colazione con la birra ma mi scappò un erutto quasi immane.

Entrai rispettoso nella grotta e lì, infondo, seduto su uno sgabello con la testa tra le mani come il generale Curtz di Apocalipse now c’era lui.

La grotta era quasi al buio, e inciampai varie volte, poi mi fermai a pochi passi dal santone.
Quell’uomo viveva in totale isolamento da venti anni, non toccava una donna da trenta e credeva che in Italia ci fosse ancora la ghigliottina. Parlammo per ore. Di tanto in tanto ondeggiava avanti e indietro sullo sgabello, poi mi chiese se avevo portato con me una rivista porno, lo chiese ridendo ma era serio.
Mi fece sentire a mio agio, era simpatico ma evidentemente quella forzata astinenza sessuale lo aveva duramente provato, pensai che se gli fosse capitata a tiro una donna l’avrebbe fatta a pezzi.
Io lo dissi e lui annuì con un grugnito minaccioso.
Iniziai ad avere dei dubbi, quel tizio aveva qualcosa in comune, voglio dire non solo con me.
Poi riprese ad ondeggiare e durante un ondeggiamento più vistoso degli altri si udì un suono anzi un trono, una vibrazione che aveva poco di cosmico. Quando si spese l’eco di quel suono che rimbalzò tra le pareti della grotta su per le mie narici prese a salire il solito conosciuto olezzo.
Il viso del santone si aprì in un sorriso beffardo, mentre io arretrai disgustato fino ad uscire dalla grotta. La rabbia s’impadronì di me, santone una sega, era solo un puzzone del cazzo, probabilmente relegato in quella grotta dalla popolazione a causa della sua sadica pratica di emettere gas intestinali attraverso l’orifizio anale!

Mi precipitai giù come una lepre, a grandi balzi ripercorsi all’inverso la salita del giorno prima. Poi mentre cercavo di capire che genere di alimentazione adottasse il santone, mi imbattei in una figura di donna. E difficile descrivere quale fù il mio stupore nel rendermi conto che si trattava di una faccia conosciuta. Incredibile pensai, era la mia ex fidanzata, rallentai fino a fermarmi.
Le chiesi cosa diavolo ci facesse lei su quella montagna e lei mi rispose quello che sapevo già e cioè che aveva deciso di cambiare vita, di dare un taglio alla sua ninfomania, incontrando il santone. Ci pensai un attimo, poi le dissi: ottima idea, gli diedi una pacca alla spalla, ce la farai quell’uomo è proprio quello che fa a caso tuo, auguri.
Mi tra tenni dal ridere, pensai che il petomane su nella grotta prima l’avrebbe scopata ben benino, poi l’avrebbe scoreggiata tutta!. Era proprio quello che ci voleva per fargli cambiare vita, altro che analisi.

Quell’incontro mi tirò su il morale, proseguii a scendere dalla montagna salterellando e fischiettando.
Il santone in fondo mi fu di grande aiuto.

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