Puntai il piede e il fischio delle gomme non finiva mai. Appena in tempo. La mia auto si era fermata a pochi centimetri dal suo cappotto color cammello e quasi sfiorava il giornale che teneva ben saldo nei guanti di camoscio.
Non che non l’avessi visto, ma si sa come funziona in questi casi. Il pedone, intimorito dal passaggio della vettura, resta immobile e non osa battere ciglio. Rassegnato alla superiorità dell’avversario, abbassa la testa e attende con umiltà il suo turno. Nella circostanza, del tutto eccezionale, che l’autista si fermi, ebbene il pedone ringrazia con un sorriso devoto e toglie il disturbo, liberando il passaggio il più in fretta possibile. Ma quello, dovevo capirlo subito, non era un pedone come gli altri. E adesso, consapevole del proprio diritto, mi guardava con disprezzo leggermente incuriosito. I suoi occhi mi osservavano ed era come se dicessero: “Vediamo che faccia ha un criminale”.
Quello sguardo severo, da giudice, che preludeva alla condanna, non mi era nuovo. No. Lo conoscevo benissimo, per averlo io stesso più di una volta sfoderato. La ferocia che in quelle situazioni mi cresceva dentro sorprendeva anche me. Senza neanche dare un ‘occhiata di controllo, mi avviavo con passo risoluto e, pur vedendo il veicolo che sopraggiungeva minaccioso, mantenevo con tenacia la posizione.
La frenata, l’odore di gomma bruciata, segnavano il mio trionfo, l’imprevedibile vittoria dell’uomo sulla macchina. Lo fissavo per un attimo, incenerendolo con lo sguardo, poi infierivo scuotendo la testa, in segno di rimprovero sociale.
E se per caso l’automobilista si fermava, facendomi gentilmente cenno di passare, non mi scomponevo certo in sconvenienti gesti di gratitudine. Di solito, anzi, lo ignoravo: abbassavo il cappello e, con lentezza provocatoria, attraversavo.
Negli ultimi tempi addirittura, lo confesso, cercavo volontariamente il confronto. Se la strada era libera, allora attendevo che qualcuno arrivasse. Oramai, drogato dal traffico e dal successo, non concepivo più il libero passaggio. Come il torero nell’arena, che non sventola la bandiera fino a quando le corna della bestia non gli sfiorano le coscie, più il veicolo si avvicinava, più saliva la mia rabbia e maggiore era la mia eccitazione.
A pensarci bene quella parte di me non sapevo esattamente da dove venisse e, in fondo, la detestavo. Appoggiai il piede sull’acceleratore e, con aria di superiorità, lo tirai sotto
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Diario di un Gatto
Scritto in Columns Umoristiche e Monologhi Comici da Carlo M.
9 novembre 2009 → 14:53:27
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