Viva la discoteca, la versione femminile.

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16 dicembre 201008:00:43

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Viva la discoteca, la versione femminile.

Mi si consenta la citazione.

“Eppure ho una ventina d’anni. La fascia d’età la condivido con il 70% di quelli che stanno attorno a me. Indi, perché non mi diverto?”

Perché mi incupisco quando le mie amiche mi annunciano trionfanti che “ Giovedì si va a ballare”?

In quel momento sorge in me il panico e nel contempo il vuoto cosmico.

L ‘imperativo categorico è: inventa una scusa, ora.

Alle volte ce la faccio, inventando cose ridicole come: “ Mi è esploso lo scaldabagno, sto ancora aspettando l’idraulico” oppure “ Ho una relazione con l’idraulico e possiamo vederci solo il giovedì” (Nb: ci sono anche gli evergreen: “Devo studiare” ).

Ma quando la scusa non arriva, quando i loro penetranti occhioni da cerbiatto ti fissano mentre il tuo calcolatore mentale elabora al setaccio tutte le possibili idiozie che potresti sciorinare per dire no, quando a momenti arrivano a supplicarti, il tuo cervello fa karakiri e dalle labbra nasce un: “Ma si dai, vengo

Ed è appena lo dici che ti aspetti di sentire un tuono, un rumore scenico e cupo che accompagni quella fatidica decisione, ma tutto ciò che ottieni, sono gli strilletti estasiati delle compagne.

Il giovedì viene vissuto quasi come un lutto: punto primo, tocca scegliere la discoteca:

  • C’è la discoteca-figa, nella quale mi sento un alieno se non indosso un tacco alto mezzo metro.
  • C’è la discoteca-centro-sociale, la alternativona, dove mi sento un alieno se non ho origini operaie e non professo pubblico amore per il Che.
  • C’è la discoteca-tranquilla, da “beviamo qualcosa e balliamo” dove si finisce sempre a vomitare sotto un tavolo con uno sconosciuto che ti regge i capelli e ti chiama col nome di sua madre.
  • C’è la discoteca-bimbaminkia, che sarebbe anche bella se non ci fossero i ragazzini di quattordici anni che provano ad offrirti un drink e poi fanno pagare te ( Autostima -10).
  • Infine, la discoteca-erasmus, con tanti, ma tanti stranieri arrapatissimi.

Le mie amiche ( personcine adorabili, intelligenti e tutte le cose belle che volete) prediligono la discoteca figa.

Passo metà del pomeriggio a pensare come vestirmi, l’ideale sarebbe un misto porno-chic, ovvero un minimo di eleganza con una microgonna inguinale, io purtroppo, tendo sempre a sfociare nel look da disadattata femminista.
Se le altre hanno un fantalook comprensivo di vestitini di paillettes e colori metalizzati, io sono lì con la mia magliettina ed i miei pantaloni tristissimi.

Il buttafuori che fa entrare il mio gruppetto guarda solo me, mi fissa e sono consapevole che mi fa entrare solo perchè le mie amiche sono vestite a gran festa.

L’entrata rappresenta il momento peggiore: faccio una rapida scansione dei presenti, la maggior parte di loro mi disgusta. Il mio compagno che in una discoteca ci è entrato due volte in vita sua e mai più ci entrerà, mi manda messaggi di incoraggiamento nemmeno andassi in guerra.

Svuoto la mente: Coraggio. Balla. Divertiti.

Le buone intenzioni durano esattamente dieci minuti: i primi otto perché in fondo ballare non è così male ed un pochino mi diverte, il nono minuto acquisto consapevolezza della deficienza di quel luogo, il decimo mi sveglio perché un ragazzo mi sta saggiando le tette con gli occhi.
Io, che sono tutto tranne che Santa Maria Goretti, evito queste cose per una serie di motivi: il mio ragazzo, le malattie sessuali e soprattutto perché sono noiosa.

Le mie amiche, ferventi sostenitrici dell’amor perpetuo e della dolcezza dei cuccioli e dei cuoricini, stanno invece strusciando il sedere contro il pacco di qualche figlio di papà.

discoteca al femminile

Una scappata in bagno per rinchiudermi dieci minuti e sperare che la forza del pensiero sia così forte da teletrasportarmi altrove, guardare una tipa che vomita ed accomodarmi su un putrido divanetto con due accanto che cercano di parlare.
Ed io in quel momento vorrei urlar loro in faccia: “MA CHE CAZZO PARLATE? MA VENITE A PARLARE IN DISCOTECA?” e mi limito a sorrisini e a ingollare il mio drink, allungato.

A questo punto uno potrebbe chiedere “Scusa ma che ci vai a fare?
Domanda a cui so rispondere ora, dopo molto tempo passato a chiedermelo.

Antepongo che le mie frequentazioni di questi locali sono talmente sporadiche che potrei farli coincidere col passaggio di una cometa nell’orbita terrestre,ma ciò  non giustifica comunque. Ad ogni modo, credo che sia per il mio ingenuo bisogno di credere che l’umanità possa essere migliore e che io, una volta tanto, possa divertirmi.

Oppure, è per quel magico momento in macchina dopo che hai salutato tutti e ti allacci la cintura per tornare a casa. Accendi il motore e sbotti un “MA VAFFANCULO” talmente liberatorio da farti star bene per una settimana. Meglio ancora se la suddetta citazione è stata pronunciata sul sedile posteriore di un taxi,  perché  non in grado di guidare, ed il tassista ti guarda sbigottito nello specchietto retrovisore.

Amico, con quello che stai per farmi pagare con la tua tariffa notturna, potrei anche declamare la divina commedia in rutti… se solo ne fossi capace!

Annacamp

Cosa sappiamo dell’autore: Annacamp

Giovane studentessa in una grande città piena di insidie ( come dire, Bambi nella foresta con intorno un centinaio di cacciatori ), sono qui per uccidere le chiacchiere da parrucchiera. In linea massima le grandi verità dell’universo femminile sono: “Che ci vuoi fare, è uomo” e “Gli uomini sono tutti stronzi”; a me queste due definizioni non sono mai bastate, e si può dire che condivida una certa logica maschile… pur soffrendo di pesantissime crisi premestruali. Illuminata dalla lettura di MeleMarce, approdo a questi lidi sperando di apportare un tocco femminile a queste pagine…senza cambiarvi l’arredamento in casa o disponendo fiocchetti rosa qua e la. Insomma, sono qui per parlarvi delle donne ( ma non vedrete mai le mie mele mature ) e farvi conoscere l’altra metà della mela

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